Lavoravo a Calcutta, nel settore turistico. Abitavo da sola in un quartiere meridionale della metropoli bengalese, la più affascianante di tutte le metropoli indiane, perché è fatta di tanti quartieri-villaggi, con case colorate e viottoli. La mia amica Ottavia, invece, viveva come paying guest (ospite pagante) con la famiglia di Pìu in una zona centrale, a due passi dal Victoria Maidan, da Sudder Street e dal Raj Spanish Café, dove ci eravamo conosciute. Pìu era una signora colta, dirigente in una fabbrica di scarpe. Suo padre, detto Dadu, era stato uno dei primi a viaggiare all’estero come dirigente della Bata, che all’epoca era una grande industria di calzature. Forse era stato proprio il primo ad ottenere il visto per andare in Germania, subito dopo la seconda guerra mondiale. Aveva abitato lì per qualche tempo: si era anche innamorato di una donna tedesca. Diceva che le donne tedesche, dopo la guerra, erano rimaste senza mariti. Come indiano nella Germania post-nazista ne aveva viste delle belle, e amava raccontarle. Io amavo ascoltare le storie degli anziani. Parlavano di un’India che era davvero esistita.

Io e Ottavia, in realtà, ci eravamo conosciute ad una festa nel giardino dell’allora Console italiano, con tutti i rappresentanti e i dipendenti delle varie ambasciate. Io ero stata incaricata di organizzare la festa, il catering, l’orchestra, le luci e le candele. Lei, per arrotondare, aiutava quelli della pizzeria del Raj Spanish Café, dove lavorava, in veste di pizzaiolo, anche un ragazzo di Genova. Ottavia era l’addetta alla buvette: serviva le bevande agli invitati.  La festa era stata funestata da un corto circuito che aveva bruciato i fusibili della villa. Tutta colpa di quelli dell’orchestra, che avevano attaccato le loro casse ai fili dell’illuminazione esterna. In veste di organizzatrice, posso dire che era stato un vero disastro: tutti gli invitati erano rimasti al buio e avevano dovuto mangiare delle pizze mezze crude, poiché, ovviamente, neanche il forno funzionava e, di sabato sera, a Calcutta, non si trova un taxi per ore, figuriamoci un elettricista! Avevamo finito per ubriacarci tutti con il vino Fratelli, una marca di vino indo-italiano che gode di buona reputazione ma che, se ti va male, ti intossichi: dipende dove vengono conservate le bottiglie; quelle stipate al sole, in magazzini dove si superano i cinquanta gradi centigradi, in genere sviluppano al loro interno delle sostanze molto dannose per il fegato, i cui effetti nefasti sull’organismo durano per giorni e giorni.

Ottavia, che gli indiani chiamano Octavia, per via di un’automobile molto diffusa nel subcontinente, lavorava per una ONG bengalese e non guadagnava quasi niente. Io avevo un contratto che sarebbe terminato dopo un mese. Facevamo una vita da bohémiennes, e questo ci rendeva felici. Andavamo tutte le sere a vedere uno spettacolo: nei teatri al chiuso o all’aperto, a Calcutta, ogni sera ci sono concerti di musica indiana classica, rock, folk, spettacoli di danza indiana, odissi, bharatnatyam, kathak, teatro, cinema, mostre, conferenze. Per gli appassionati di cultura indiana, Calcutta è l’ombelico del mondo.

Un week end, proposi a Ottavia di fare un giro a Shantiniketan, il paese di Tagore divenuto meta e rifugio di artisti e musicisti: volevo mostrarle la bellezza della campagna bengalese e farle conoscere la compagnia di teatro con cui anni prima avevo lavorato. Decidemmo di partire alle sette di mattina. Io sono sempre in anticipo, Ottavia spesso in ritardo, perciò, mentre aspettavo che lei mi raggiungesse in strada, decisi di bermi un chay. In vent’anni di vita indiana, avrò bevuto milioni di chay, deliziosi, passabili, annacquati, ma quel chay me lo ricorderò per sempre. Mi venne servito dal negoziante della bancarella accanto, perché evidentemente il proprietario della teiera si stava ancora preparando. Non so dove fosse, fatto sta che non c’era. Era uno di quei chay che non so neanche se esistono più, costavano due rupie e venivano serviti in ciotoline “usa e getta” di terracotta. Quel chay era freddo e aveva un gusto strano. La quantità che servono è talmente poca che io la butto giù in un colpo solo. Così feci. Quando mi accorsi che aveva un gusto strano, me l’ero già ingoiato tutto.

Arriva Ottavia, saliamo in taxi. Tempo di arrivare in stazione, non mi sento tanto bene. Saliamo in treno. Vado in bagno una, due, tre volte. Mi accascio sul sedile. Devo stare molto concentrata, perché, ad intervalli regolari, sento le budella che si attorcigliano dolorosamente. Arriviamo a Shantiniketan. Ho già la febbre, perché, invece di prendere un taxi, voglio a tutti i costi prendere un cycle rickshaw: sono attaccatissima ai miei ricordi e voglio condividerli con la mia amica Otty. Voglio che lei veda la Canal Road, dove i taxi non passano, perché è troppo stretta. Vorrei raccontare a Otty di quando percorrevo in bicicletta il sentiero sul canale, nel mese di maggio, con cinquantadue gradi centigradi, per andare al mercatino di manufatti artigianali, il sabato pomeriggio. C’erano i Baul e, immancabilmente, si finiva a cantare con loro, ad applaudire, a sentire le loro storie di menestrelli. Quando si incontra un Baul, lo si saluta dicendo “Joy Guru”.

Così montammo su un cycle rickshaw. Avevo talmente mal di pancia che non sopportavo i sobbalzi della carrozza aggiogata alla bicicletta. Dovetti chiedere più volte al conducente di fermarsi. Mi dovevo inoltrare nella foresta di alberi mahua, sotto lo sguardo stupito del conducente e sotto lo sguardo preoccupato di Ottavia, che già prevedeva lo svolgimento del nostro fine settimana avventuroso. Il rickhaw ci lasciò dove finiva la strada. Da lì bisognava continuare a piedi. Mi trascinai fino all’ingresso di Theatre House. Salutai velocemente il Direttore Artistico, ma dovetti immediatamente correre in bagno per vomitare. La febbre intanto saliva. Mi stesero su un tavolaccio di legno e offrirono il pranzo a Ottavia. Quando lei tornò, avevo la febbre molto alta. Presi una Tachipirina 500, che non mi fece nessun effetto. Avevo già quaranta di febbre. Mi portarono in una stanza, su un letto di legno durissimo, con delle coperte di lana. Avevo un freddo terribile e male a tutte le ossa. C’era un sadhu tantrico, convertito al mondo del teatro, che preparò un intruglio a base di foglie dell’albero di Nīm, che cresceva nella loro proprietà, e me lo fece bere. Dicevano che avrei dovuto dormire tranquilla e che la mattina successiva, se non fossi guarita, avrebbero chiamato il medico. Ma Ottavia non era convinta. Avevo quarantuno di febbre e non ero più in grado di intendere e di volere. Probabilmente, quando Ottavia decise di chiamare i soccorsi, mi salvò la vita. Mi portarono prima in un ambulatorio dove il medico disse che mi dovevano ricoverare, poi in un ospedale, dove, siccome non ero residente, non mi vollero. Allora mi portarono nel bel mezzo della campagna bengalese, dove sorgeva un ospedale privato. Qui, finalmente, mi ammisero. Quando vidi la stanza illuminata, il letto morbido con le lenzuola bianche, mi sembrò di entrare in un albergo a cinque stelle: il materasso era comodissimo e non mi faceva male alle ossa. Mi attaccarono delle flebo. Pensai che ero salva. Purtroppo, ogni tanto venivano delle infermiere che mi toglievano le coperte e mi passavano delle pezze ghiacciate addosso. Una tortura. Avevo degli elettrodi appiccicati su tutto il corpo che dovevo staccare ogni qualvolta si trattava di andare in bagno. Qualsiasi cosa uscisse dal mio corpo era verde fosforescente. La febbre a quarantuno durò tre giorni. Il quarto giorno, scese a trentotto e mezzo. Allora mi risvegliai dal sogno dell’albergo a cinque stelle. Vidi che ero in una stanza con almeno altre trenta persone. Avevano appena portato un uomo. Era di fronte a me: avevano provato a rianimarlo, ma era morto. Il figlio implorava il dottore di salvarlo, mentre il dottore cercava di far capire al figlio addolorato che l’uomo era già morto. Nel letto accanto c’era un vecchietto. L’infermiera cercava di farlo mangiare, ma lui non voleva e con la mano allontanava il cucchiaio. Allora l’infermiera gli legò entrambi i polsi al letto con dello scotch, così da poterlo imboccare con la forza, e con una certa cattiveria. Un cucchiaio, due cucchiai, tre cucchiai, il vecchietto era morto.

Io stavo meglio, ma la realtà intorno a me era molto peggio. Venne un infermiere che mi infilò un ago per farmi un’altra flebo. Avrà avuto vent’anni. Non trovava la vena. A forza di cercare, me la bucò da parte a parte e il braccio mi diventò viola. Al quinto giorno di degenza, mi portano del riso in bianco, quel riso bengalese con i chicchi grandissimi, che di per sé mi era sempre piaciuto, ma questo sapeva di cloro. Vidi che nella sala c’erano i topi. Non potevo mangiare, ma dovevo a tutti i costi mangiare per riprendermi.

In quella, ritornò Ottavia con dei succhi confezionati al mango. La pregai di mandare un sms a mia madre da parte mia, dicendo che andava tutto bene. Lei aveva trovato ospitalità in casa di un amico pittore e non se la passava male. Veniva a trovarmi un giorno sì e un giorno no, ma io mi ricordo solo di quella visita. Erano venuti a trovarmi anche da Theatre House, ma io non mi ricordo. La notte numero otto iniziai a non respirare. Mi mancava l’aria. Volevo uscire. Così, uscii dalla stanza. Trovai un corridoio, in fondo al quale c’era una porta. La aprii. Dava sull’esterno dove c’era una rampa di scale. Lentamente salii le scale, appoggiandomi al muro. Arrivai sul tetto dell’ospedale. Non c’era nessuno. Ero su un’enorme terrazza sotto la luna piena, con  centinaia di palme intorno. Non le palme grandi e fitte del Kerala, che non lasciano vedere il cielo; le palme magre, sottili e rade del West Bengal. Fu come quando si prende il treno Calcutta-Bhubaneswar. Se si prenota il sedile laterale in basso, nella classe sleeper, dove i finestrini sono aperti, si può seguire tutta la notte con lo sguardo il profilo delle palme illuminato dalla luna.

Passai la notte sul tetto. Il giorno dopo, firmai le mie dimissioni dall’ospedale, pagai circa cento euro per avere salva la vita. Con Ottavia chiamammo un taxi e tornammo a Calcutta, a casa di Pìu, dove rimasi ancora due settimane a letto. Il loro cuoco mi preparava delle deliziose patate lesse, insieme alla papaya verde lessa: questa la ricetta per i pazienti convalescenti in West Bengal. Pian piano recuperai le forze. Ma non respiravo più bene come prima. Mi affacciavo alla finestra e sentivo che mi mancava l’ossigeno. Da allora, non riuscii mai più a respirare come prima, né a Calcutta né a Delhi né a Bombay. Pensavo sempre al ghiacciaio della Brenva in Val Veny e all’aria gelida piena di ossigeno, senza polveri, che si respira ai piedi del Monte Bianco.

Quando fui rimessa in piedi, tornai alla bancarella del chay. Riconobbi l’uomo che me lo aveva versato. Tra me e me, gli avevo lanciato parecchie maledizioni, e avrei voluto cantargliene quattro. Tuttavia, non so come, quando lo vidi, mi venne una specie di pena per lui, che tutti i giorni lavorava lì in strada, in piedi , dietro la sua bancarella. Così, gli sorrisi e me ne andai.

In seguito, la mia amica Irene, che è medico, mi disse che, con tutta probabilità, mi ero presa una forma esotica di salmonella. La salmonella verde fosforescente.