Cari amici che venite a yoga,

so che vi chiedete se lo yoga sia una pratica religiosa, spirituale, sportiva, hippy, alternativa, new age, esoterica, per sole donne, oppure no, se sia una pratica hindu, buddhista, tantrica, mistica, e via dicendo…se ne sentono di tutti i colori. Come fare, allora, ad orientarsi in questo mercato? Io mi affido allo studio, guardando a che cosa era lo yoga in passato, piuttosto che a quello che è diventato. Ai tempi delle Upaniṣad, lo yoga non era una religione: quindi non si può affatto dire che lo yoga sia induista o buddhista. Solo quando sono arrivati gli inglesi in India sono nate le categorie di indu-ismo e di buddh-ismo.

Il mantra om nelle Upaniṣad non era neanche un simbolo religioso, ma aveva a che fare con il suono.

Cerchiamo di capire con quali finalità, all’inizio e alla fine della lezione, cantiamo il mantra om. Ovviamente, chi non lo canta è libero di continuare a non cantarlo e nessuno lo giudicherà per questo; anzi, meglio non fare una cosa se non si è capito perché la si fa o non si è d’accordo.

Sia lo yoga sia l’om, all’inizio della loro storia, hanno a che fare con la cognizione, ovvero su come percepiamo e conosciamo il mondo. Entrambi, lo yoga e l’om, sono strumenti che cambiano il nostro modo di vedere le cose: ci restituiscono una visione più nitida e chiara delle dinamiche che ci governano e dei movimenti che determinano la nostra relazione con gli altri. In tutto ciò non vi è nulla di “spirituale”, “divino”, “metafisico”, “trascendente”, né di magico o di esoterico, come spesso ci viene fatto credere. Non c’entrano gli angeli, i tarocchi, gli oli essenziali, gli incensi, le costellazioni familiari. A yoga non si tratta di credere a niente. Si tratta di esercitarsi ad osservare i cambiamenti che la pratica produce.

Iniziamo la lezione con il canto del suono om per entrare subito in contatto con le realtà che possiamo scorgere quando portiamo l’attenzione al suono. Se passiamo tutto il giorno a guardare, perdiamo la capacità di ascoltare, esattamente come perdiamo i muscoli se non li usiamo. Non è colpa nostra, è la società che ci propone ( o impone) questa modalità: sarebbe interessante chiedersi perché, ma rimandiamo questa domanda ad un altro momento.

Più della metà della nostra massa corporea è costituita d’acqua, perciò vibriamo internamente con il suono allo stesso modo in cui vibra un bicchiere pieno di vino. Il suono è una vibrazione: possiamo percepirla sulle labbra, sul punto fra le sopracciglia, nel cranio, sull’epidermide e nelle vene.

Il mantra om è un suono che diventa sillaba, è un ‘senza forma’ che prende forma: è uno ‘strumento per pensare’ (questo significa il termine ‘mantra’) alle dinamiche che regolano tutte le cose. Noi esseri umani siamo come le parole: abbiamo tutti una forma, perciò sembriamo diversi, ma siamo fatti della stessa sostanza, come il suono. Om è composto da A + U + M + nasalizzazione. Le parole non sono altro che suoni. Sembrano delle realtà solide, sigilli di verità, ma non lo sono affatto. Sono segni, simboli o contenitori di sogni. I suoni, invece, sono vibrazioni concrete sul corpo. Più è potente la vibrazione più il corpo vibra: non è una fede, semmai una legge della fisica.

A loro volta, i suoni si generano dalle forme del corpo: il suono A esce solo se teniamo la bocca aperta, il suono U si ottiene con la bocca semichiusa, la nasalizzazione si fa con la bocca chiusa spingendo il respiro nel setto nasale. La voce nasce dal respiro che si muove dal basso verso l’alto, dalla base dei polmoni alla bocca, facendo vibrare le corde vocali. Scomponendo il linguaggio in suoni e silenzi, ciò che rimane è un riverbero di reciproche vibrazioni. In questo consiste la pratica dello yoga: nell’arrivare a percepire (cosa che accade solo con un lungo e costante esercizio) che le parole sono fatte di suoni, che i suoni sono vibrazioni in movimento, che i silenzi sono stasi, ovvero assenza di interferenze, da cui può emergere il suono ininterrotto (anāhata nāda) del mondo.  Possiamo percepire che i nostri corpi, pur sembrando tutti diversi l’uno dall’altro per via della loro forma, o apparenza, vibrano allo stesso modo perché siamo fatti della stessa sostanza. Siamo tutti uguali tra di noi e tutti fatti della stessa sostanza di cui è fatto il mondo. Neanche qui c’entra nulla dio, né la spiritualità. È una questione di vedute: se guardo una persona con gli occhi vedo la sua forma, diversa dalla mia; se cantiamo insieme l’om, le nostri voci si fondono e non ci sono più barriere tra di noi, solo vibrazioni. Non è un pensiero razionale, è una sensazione.

Con tutto il rispetto per gli dei e per i grandi maestri, nello yoga non contano Shiva, Vishnu, il Brahman, l’Atman, Shankara, Buddha, né tantomeno Gandhi o il Dalai Lama. Conta solo arrivare a stingere le forme per percepire meglio i movimenti, le tensioni, il dinamismo che ci anima, ci unisce o ci separa. Nello yoga non vi è nulla di sacro: i maestri sono degni del massimo rispetto perché hanno fatto un grande esercizio che li ha portati a vedere delle cose che noi ancora non possiamo vedere, perché magari siamo ancora troppo legati al pensiero razionale, ai pregiudizi, ai giudizi che diamo di qualsiasi cosa, prima ancora di averla sperimentata. Funzioniamo così, è la nostra natura. Tuttavia, possiamo rompere questo meccanismo. Non è facile, ma si può fare.

Cominciamo, per esempio, a riconoscerci come corpi sonori, che risuonano tra corpi sonori. Poi, piano piano, possiamo spogliarci delle vesti con cui ci siamo coperti, anno dopo anno, dei ruoli che abbiamo dovuto rivestire e che ci hanno obbligato a innalzare dei muri intorno a noi. Lo yoga è tornare ad essere nudi, come quando siamo nati. Le barriere esistono solo per delimitare il nostro campo, per preservare la nostra soggettività, il nostro ego. Ma di quale proprietà parliamo? Non possediamo nulla, così come non abbiamo deciso noi di nascere, non decideremo noi di morire. La proprietà di un campo esiste solo in funzione di colui che del campo si crede il proprietario. Il ritenersi agenti di qualsivoglia azione è utile solo a stabilire dei limiti e a mettere dei paletti tra le persone. Ogni volta che mi ritengo il responsabile di un’azione mi sto attribuendo un merito, rinforzando la mia identità e differenziandomi dall’altro.

Nella sala di yoga, l’attenzione al suono, a partire dall’osservazione delle dinamiche corporee e respiratorie che lo generano, insidia il potere assoluto del dominio visivo, restituendoci ad un mondo che non è solo da vedere, come suggerito, o imposto, dalla nostra cultura dell’immagine, ma da ascoltare e da sentire.

Con la vista percepiamo delle forme di oggetti separati da noi; le immagini idealizzate di noi stessi, o degli altri, sono visive, disconnesse dalla realtà delle sensazioni. Il suono, invece, è istantaneamente e intensamente sensazione.

Il mantra è lo strumento sonoro dello yoga, tramite il quale ci addentriamo alla scoperta di una realtà che fa a meno della lingua e delle immagini. Chiunque può ‘fare yoga’ ed allenarsi, così, a diventare più ‘sensibile’, ‘polisensibile’ e più forte, perché immune agli inganni della forma.

Liberare ed ascoltare la propria voce fornisce indicazioni sul ritmo del proprio respiro, del battito cardiaco e dello stato d’animo: stati transitori e impermanenti, seppure molto ‘reali’ e concreti.

Il suono rievoca delle memorie. Il mantra om può riportare alle situazioni in cui viene recitato: possiamo cantarlo da soli a casa e provare le stesse sensazioni provate a lezione. Dalle memorie di om, o memorie sonore, prendiamo atto di come funziona la memoria, delle sensazioni concrete che produce, anch’esse transitorie e impermanenti.

Om è il canale per percepire delle realtà invisibili alla percezione ordinaria, per scorgere i movimenti sottili che regolano la convivenza tra gli uomini, ad esempio l’attenzione che poniamo al sintonizzarci con gli altri oppure, al contrario, l’eccesso di attenzione accordato al nostro involucro; quando intoniamo l’om, capiamo il movimento con cui dall’interno ci sintonizziamo all’esterno o viceversa, ne possiamo cogliere l’istante, anche quello in cui lo fanno gli altri, o chi lo ha già fatto; alcuni cantano più forte di altri, la voce e il timbro di qualcuno ci attira come una calamita, così ci fondiamo senza resistenze con la sua nota, oppure opponiamo resistenza e continuiamo con la nostra. In tutta questa osservazione continuiamo a giudicare, un’attività che proprio non riusciamo a dismettere, mannaggia! Vi sono dei corpi sonori che ne attirano e inglobano altri, talvolta con la potenza di un buco nero. Ci sintonizziamo con qualcuno e con tutti. Interno ed esterno ci sembrano ormai solo parole, nella realtà dell’om non sono divisi.

Om è un veicolo acustico e motorio, non il simbolo religioso che è diventato, ma solo il mezzo per vedere dei movimenti, o cogliere gli effetti di movimento e stasi, per percepire le forze attrattive e repulsive che ci governano, per sentire, al di là del suono, il silenzio.

Il mantra e l’ascolto del suono preparano lo yogin al momento della morte, ovvero a percepire la fluidità di corpo e mondo da cui prendiamo forma e in cui la perderemo, quando in questa fluidità e in questo suono verremo riassorbiti.

La nostra cognizione è sinestetica. Il mondo è una polifonia.

Om Om Om

Shanti shanti shanti