Era il 2005. Mi ero appena laureata, in fretta, un esame dopo l’altro. Da anni non aspettavo altro che partire, andarmene per sempre dall’Italia per dedicarmi soltanto a ciò che più mi interessava, ovvero lo studio e la pratica dello yoga. Grazie al fatto che parlavo hindi, fui ammessa al corso di diciotto mesi per insegnanti di yoga del Kaivalyadhama Yoga Institute di Lonavla, un piccolo paesino nell’entroterra marathi[1], tra Bombay e Pune.

Partire per l’India da sola è sempre stato molto avventuroso: dovevo salutare mia madre, dire addio a tutti i miei amici, sapendo che non li avrei rivisti per chissà quanto tempo. Alcuni di loro pensavano, e tutt’ora pensano, che io avessi un animo un po’ masochista per esiliarmi in India. Di fatto, la mia è una storia di esilio volontario dalla Valle d’Aosta all’India, durato circa vent’anni. Questo esilio mi manca, e mi manca atrocemente l’India. Ho sempre detto, scherzando, che avrei trascritto i miei ricordi indiani in carcere o in ospedale. Ed eccoci qui: la quarantena di questi giorni non è brutta come la malattia in un ospedale né terribile come la vita in carcere. È la situazione perfetta per tirare fuori questa nostalgia che mi stringe le budella. Il dolore è di tutti e ognuno ha i suoi dolori. Mi sento per metà nella parte sbagliata di mondo: essendo per metà cittadina indiana, dovrei essere lì adesso, e anche qui. Ma, voglio dirlo, se potessi scegliere, vorrei essere lì. Perché io voglio morire in India. Non vorrei essere fraintesa: amo molto anche l’Italia e la Valle d’Aosta adesso, ma, se le amo, è grazie all’India, che mi ha rovesciato il cervello.

Nessuno sa che sono di origine italiana quando sono in India. Mi scambiano per indiana senza neanche il bisogno di parlare in hindi; mi danno della panjabi, o dell’himachali. Mi muovo da indiana, il linguaggio del mio corpo è indiano. L’unico tratto che ogni tanto stona, per cui rischio di essere smascherata, è una certa sfacciataggine, datami dall’aver viaggiato da sola in India per vent’anni.

Questa storia ha inizio nel 2005. Gli anni precedenti, dal 1998 al 2004, sono difficili da raccontare, fanno già parte del sogno: sono realtà divenuta sogno. L’India degli anni prima del 2005 non esiste più, ne rimane solo l’ombra vaga nella memoria. È troppo struggente riportare la mente lì adesso, non ce la faccio.

Quindi, era il luglio del 2005 a Lonavla. Ero l’unica occidentale. C’erano due coreani. Gli altri studenti erano indiani. Si viveva separati, i ragazzi in un ostello, le ragazze nell’altro. Il campus era bellissimo, immerso nel verde di grandi alberi tropicali. Le lezioni erano interamente in hindi. Ero finalmente immersa nello yoga, nell’hindi e nell’India fino alla cima della testa. La routine dello studente di yoga era molto dura: sveglia prestissimo, apprendimento a memoria degli Yogasūtra di Patanjali, una mensa molto poco varia: riso e lenticchie tutti i giorni. Se ti lamentavi ti veniva chiesto di che cosa ti lamentavi. Gli studenti indiani erano abituati a tanto rigore, perché nei college di tutta l’India funziona così. Avevamo un supervisore donna, che ci controllava. Per uscire dal campus bisognava chiedere ogni volta un permesso: a stento potevo andare in città una volta a settimana per telefonare a mia madre.

Non solo mi ero esiliata, ma mi ero anche messa in prigione con le mie mani. Tuttavia, la mia motivazione era tale che non mi sarei mai sognata di andarmene. Di certo non rimpiangevo gli spritz e le calli veneziane. Ho sempre avuto una vera e propria avversione per il mondo degli aperitivi, delle feste studentesche, delle serate a bere e a fumare al pub. Mi annoiavo e mi chiedevo come fosse possibile divertirsi così. Con Matteo e Alberto no, con loro si cantava, si correva nudi nei prati, si raccoglievano le castagne, si fotografavano le foglie in autunno. Ma non ci posso pensare adesso…

Nell’ashram condividevo la stanza con una ragazza indiana molto tranquilla e diligente. Da lei imparavo come ci si dovesse comportare per essere considerate delle brave studentesse. Dentro di me, però, era già scoppiata una lotta, perché da occidentale non accettavo questo controllo, da parte delle autorità scolastiche, sulla mia sfera personale. Non era tutto rose e fiori come avevo immaginato. A volte uno nutre dei sogni di fuga, proiettando la propria felicità in un altro spazio e in un altro tempo, per poi accorgersi che le difficoltà sono ovunque e sono soprattutto interiori. La posta in gioco però era lo yoga. E io volevo diventare uno yogi. Era l’unica cosa che desideravo da anni. Desideravo una totale e definitiva trasformazione di me stessa, a tutti i costi.

Non ricordo con esattezza quando arrivò il monsone. Forse era la fine di luglio. Cominciò a piovere e non smise più, fino alla fine di agosto. Ricordo il suono della pioggia sul tetto di lamiera della mia stanza, una costruzione spartana interamente al piano terra, con un letto di legno senza materasso. C’era solo un cuscino durissimo, già mezzo ammuffito.

Pioveva. Nel giro di pochi giorni il campus si allagò completamente. Per andare in mensa dovevamo camminare in un metro d’acqua fino alla pancia. All’inizio quell’acqua era pulita, poi, man mano che passavano i giorni, iniziarono a vedersi dei cadaveri animali galleggianti: per lo più vacche e serpenti. Io avevo un terribile mal di pancia, perché non c’erano le bottigliette e non si trovava più dell’acqua che non fosse contaminata. Che fare? Non avevo un fornelletto per bollirla; non avevo niente, solo qualche quaderno e pochi vestiti, tra cui un paio di jeans che non si asciugarono mai più e vennero ricoperti di muffa. Anche le rupie ammuffiscono durante il monsone. Mi venne un terribile mal di pancia, per via di qualche batterio, o virus. I giornali iniziarono a riportare notizia di svariati casi di colera nella zona. Iniziai ad avere i crampi. Non mi era mai capitato di avere i crampi in faccia, alle mani, ai piedi, da contorcermi tutta in smorfie. Avevo ventiquattro anni e un bel po’ di paura. Venne qualcuno a darmi dei sali minerali da far sciogliere in acqua. Questi sali esistono ancora oggi, si chiamano Electral. Sono disgustosi perché sono dolci e salati al tempo stesso, ma questo misto di dolce e salato rispecchia i gusti degli indiani, come lo sciroppo antivomito al cardamomo. Immaginate di avere la nausea e di dover bere uno sciroppo rosa speziato al cardamomo per farvela passare! Si ottiene quasi sempre l’effetto opposto.

Il peggio a Lonavla doveva ancora arrivare: non smetteva di piovere, l’acqua saliva, iniziarono a mancare acqua potabile e cibo. Una notte l’acqua arrivò a un centimetro dalla finestra della mia camera. Ero da sola perché, vista la mia malattia, la mia compagna di stanza si era trasferita. Iniziai ad avere la tachicardia: non mi era mai capitato di essere in pericolo di vita, senza poter scappare. L’unica tachicardia che avevo provato era quella delle interrogazioni o degli esami all’Università. L’ashram sorgeva proprio ai piedi di un’enorme diga che in quei giorni si riempì completamente e dovettero aprirla. Per questo motivo era tutto allagato. Passai la notte ad ascoltare il battito velocissimo del mio cuore e a controllare il livello dell’acqua dalla finestra. Pioveva incessantemente sul tetto di lamiera. Avevo tra me e me già salutato mia madre e mio padre, ed ero abbastanza rassegnata a morire da un momento all’altro. Invece mi addormentai. E mi risvegliai. Non ero morta. Non si capiva se fosse giorno o notte, però iniziai a sperare che il livello dell’acqua non salisse più e che smettesse di piovere. Dopo qualche giorno il livello si abbassò. Ogni tanto il suono della pioggia si fermava. Allora potei uscire dalla stanza e leggere dei giornali: era stata una terribile alluvione, di cui, ancora oggi, chi c’era ed è sopravvissuto ha memoria. I miei genitori non ricevevano notizie di me da più di due settimane e, tra le altre preoccupazioni, immaginavo mia madre distrutta dall’angoscia e dal dolore. A Bombay in un solo giorno erano morte più di mille persone. Moltissime altre avevano perso la casa. Nelle campagne tra Bombay e Pune c’era svariati casi di colera. Dovetti aspettare altre due settimane per scappare: appena potei, presi un taxi per l’aeroporto. Nel tragitto, le campagne, di solito gialle e arse, erano stranamente verdeggianti. Un verde accecante, fosforescente. Si erano formate delle pozze, degli specchi d’acqua contaminata. C’erano cadaveri di vacche un po’ ovunque.

Non avevo il biglietto di ritorno, ed era fine agosto, ancora alta stagione. Non c’erano voli per l’Italia. Così, presi un volo per Londra. All’aeroporto di Londra aspettai e, il giorno dopo, riuscii a trovare un volo per Milano. Ritornai in Valle d’Aosta, rinunciando momentaneamente al mio sogno di trasformazione yoghica. Trovai lavoro in un negozio. Affittai una piccola mansarda isolata in mezzo ai prati, in una minuscola frazione a mille metri in montagna. C’era una finestra che dava sul bosco. Mi ci volle un annetto per superare il trauma e trovare la spinta per ritornare in India.

 

[1] Dello Stato indiano del Maharashtra.